ORANOTIZIE.COM intervista il Vice Presidente SIM MARINA Francesco CACACE

Scritto il 02/11/2025


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scritto da Piero De Ruvo

Suicidi e Libertà di parola, «Serve silenzio o coraggio?» Il vicepresidente del SIM Marina, Francesco Cacace, affronta il tema dei suicidi tra i militari. «Servono dati, trasparenza e ascolto. Solo così potremo trasformare il dolore in cambiamento»

In un momento storico in cui le FF.AA. (Forze Armate) e le FF.OO. (Forze dell'Ordine) continuano ad essere scosse da episodi drammatici di suicidi tra i propri membri (dal 1° Gennaio 2025 ad oggi, sono 35, l'ultimo un Carabiniere a Palermo il 19 settembre u.s.), il dibattito sull'attenzione al personale si fa sempre più urgente. Ne abbiamo parlato con il vicepresidente del Sindacato Italiano Militari - Marina (SIM Marina), Francesco Cacace, che ha risposto con fermezza alle domande più scomode, senza sottrarsi al confronto.

Vicepresidente, è ancora credibile parlare di "attenzione al personale" quando ogni anno militari della Marina si tolgono la vita e le istituzioni liquidano tutto con un comunicato di circostanza? Non è ipocrisia istituzionale?

«In ragione dei risultati raggiunti da questo SIM Marina a beneficio del personale della Marina Militare abbiamo la netta percezione che le cose stiano cambiando. Per ciò che attiene la sua domanda specifica, noi non siamo i detentori di dati ufficiali e pertanto io non posso che astenermi dal rispondere. Siamo militari e quindi abituati a ragionare sui dati; quando verranno forniti dati ed evidenze ufficiali, ne riparleremo».

Parole misurate, ma non prive di peso. Il vicepresidente sceglie la cautela, la prudenza istituzionale, segno di chi conosce la delicatezza del tema e la responsabilità delle parole quando si parla di vite umane. Non nega il problema dei suicidi tra i militari, ma ne evidenzia la zona d'ombra: la mancanza di dati ufficiali e di trasparenza che impedisce qualsiasi analisi seria e rischia di trasformare un dramma reale in un tabù istituzionale. Senza numeri, senza un confronto pubblico e onesto, "l'attenzione al personale" rischia di restare uno slogan più che una politica concreta. Le sue parole, dunque, non chiudono la discussione: la aprono, richiamando istituzioni e opinione pubblica alla necessità di rompere il silenzio e guardare in faccia una realtà che, troppo spesso, si preferisce ignorare.

La Marina Militare continua a presentarsi come una "famiglia". Ma se davvero fosse così, perché così tanti dei suoi membri scelgono di morire in silenzio? Non è ora di ammettere che dentro quella "famiglia" si respira paura e solitudine?

«Il personale della Marina Militare vive e ragiona in termini di equipaggio. Certamente vi è del disagio, e ciò lo rileviamo dai numeri importanti di militari che transitano all'impiego civile oppure da quelli che lasciano volontariamente la Marina. Per quanto attiene alle "morti", le confermo quanto appena detto alla precedente domanda».

Il vicepresidente del SIM Marina mostra una reale preoccupazione per il morale del personale, ma anche la difficoltà di affrontare apertamente un tema ancora tabù: il disagio che porta ad abbandoni, trasferimenti o suicidi. Dietro il "disagio" emerge la solitudine. La Marina e lo Stato sono quindi chiamati a un atto di verità e coraggio, trasformando le parole di appartenenza in gesti concreti di ascolto, sostegno e cura.

Lei e il SIM MARINA avete mai subito pressioni - dirette o velate - per non parlare troppo di suicidi, o per non mettere in imbarazzo l'Amministrazione? Quanti silenzi imposti deve ancora subire chi prova a dire la verità?

«Noi abbiamo un approccio assertivo e diciamo sempre quello che va detto. Riguardo al "silenzio" che Lei richiama, per noi questo non accade e ciò in ragione del fatto che possediamo caratteristiche uniche rispetto al panorama delle rappresentative della Marina Militare»

Il vicepresidente elenca poi alcuni punti, così riassunti, che spiegano la forza e l'autonomia del SIM Marina:

  • «È l'unica Associazione Professionale a Carattere Sindacale della Marina Militare dichiarata ufficialmente rappresentativa per dirigenti e non dirigenti»;

  • «È l'unica ad avere un eccezionale seguito e consenso mediatico, con milioni di visualizzazioni su Facebook, Instagram, TikTok, YouTube e sul proprio sito web»;

  • «È l'unica a possedere un patrimonio di conoscenze aggiornate sul morale e le problematiche del personale grazie ai feedback diretti provenienti non solo dai militari, ma anche dalle loro famiglie»;

  • «È l'unica ad aver aperto quattro sedi nelle principali città sedi di basi della Marina: Roma, Taranto, La Spezia e Augusta».

La domanda tocca un nervo scoperto, quello della libertà di parola e della trasparenza all'interno delle Forze Armate. A essa segue una risposta prudente ma ferma, che sposta rapidamente il focus dal silenzio, forse imposto, alla questione dell'autonomia e del prestigio del SIM Marina. È una strategia comunicativa efficace, capace di affermare indipendenza senza sfociare nella polemica con l'Amministrazione. Tuttavia, resta in sospeso un interrogativo cruciale: quanto è davvero possibile parlare apertamente di temi sensibili e scomodi, come i suicidi nelle Forze Armate, senza incorrere in forme di autocensura?

Il vicepresidente del SIM Marina appare consapevole di questo equilibrio sottile e nelle sue parole emerge il tentativo di coniugare il rispetto delle istituzioni con la libertà di espressione, riconoscendo che la Marina Militare sta attraversando una fase di transizione, in cui il personale chiede ascolto e attenzione.

Il sindacato, con la sua voce istituzionale ma autonoma, si muove sulla linea di confine, quella su cui sceglie di parlare con misura, ma di non tacere. Un coraggio che non cerca il clamore ma che si fonda sulla responsabilità.

«Serve silenzio o coraggio?» – domanda che dà il titolo a questa intervista – trova così una risposta implicita: servono entrambe le cose. Silenzio, per rispettare la complessità dei temi e il dolore di chi non c'è più; coraggio, per evitare che quel silenzio si trasformi in rimozione. Il SIM Marina adotta quindi una voce misurata ma decisa, segno di un coraggio responsabile da cui può germogliare il cambiamento.